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TESTO Commento su Matteo 23,1-12

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Martedì della II settimana di Quaresima (18/03/2025)

Vangelo: Mt 23,1-12 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Meditiamo il Vangelo di oggi aiutati dalle parole di p. Ermes Ronchi che evidenzia due questioni di fondo. La prima: essere o apparire. La seconda: l'amore per il potere.

«Praticate ciò che vi dicono, ma non fate secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno». La severità di Gesù non va contro la debolezza di chi vorrebbe ma non ce la fa, bensì contro l'ipocrisia di chi fa finta. Verso la nostra debolezza Gesù si è sempre mostrato premuroso, come il vasaio che, se il vaso non è riuscito bene, non butta via l'argilla, ma la rimette sul tornio e la plasma di nuovo, fino a che realizza il suo progetto. Gesù non sopporta gli ipocriti. Ipocrita (termine greco che significa "attore di teatro") è il moralista che invoca leggi sempre più dure, ma per gli altri (legano pesi enormi sulle spalle delle persone, ma loro non li toccano con un dito); ipocrita è l'uomo di Chiesa che più si mostra severo e duro con gli altri, più si sente giusto, vicino a Dio (mentre è vicino solo alla propria aggressività o invidia verso i fratelli). L'ipocrita non si accontenta di essere peccatore, vuole apparire buono. Gesù poi stigmatizza un secondo errore che rovina la vita: l'amore del potere. Non fatevi chiamare maestro, dottore, padre, come se foste superiori agli altri. Voi siete tutti fratelli. Ma a Gesù questo non basta, e opera un ulteriore capovolgimento: il più grande tra voi è colui che serve. Il più grande è chi ama di più. Il mondo ha bisogno d'amore. E allora il più grande del nostro mondo sarà forse una mamma sconosciuta, che lavora e ama nel segreto della sua casa, o nelle foreste d'Africa, o uno di voi che legge, o colui o colei che vi è vicino. Siete grandi quando sapete amare, quando sapete farlo con lo stile di Gesù, traducendo l'amore nella divina follia del servizio: sono venuto per servire non per essere servito. Dio è il grande servitore, non il padrone. Lui io servirò, perché Lui si è fatto mio servitore» (p. Ermes Ronchi).

«Il pavone con le sue belle piume è il rappresentante ufficiale della superbia, dell'ipocrisia e della vanagloria. Un tipo che non fa niente, tranne andare in giro a mostrare quanto è bella la sua coda. Con una ironica contraddizione che ci viene regalata da una poesia medievale di raro acume, scritta da Cecco d'Ascoli. Il poeta si immagina il pavone che gode della sua bellezza e prova piacere a guardarsi spalancando la sua ruota di piume multicolori. Fino a quando lo sguardo gli cade sulle zampe che non sono davvero all'altezza di tanta beltà «e guardandosi a li piè prende tristezza e allegrezza da lui sta remota».

Uno scoppio d'ira. Una parola della famiglia del pavone ci riserva ancora una sorpresa che è direttamente collegata proprio ai suoi colori. La parola fa riferimento ad un viola piuttosto scuro, difficile da rendere altrimenti se non facendo riferimento alle misteriose sfumature della coda del pavone. Ma a noi arriva come colorito di chi è assalito da uno scoppio di collera, o diventa «paonazzo» per la vergogna. Insomma un colore estremo per emozioni violente difficile da descrivere altrimenti.

Quindi per capirci i pavoni umani che ci circondano affaticano soprattutto noi che li dobbiamo sopportare. Con poche certezze: non si guardano mai i piedi, altrimenti conoscerebbero l'umiltà. Non conoscono Cecco d'Ascoli, altrimenti conoscerebbero l'ironia, hanno tempo solo per loro stessi. Altrimenti dovrebbero concedersi il regalo di guardare e ascoltare gli altri» (Paolo Fallai).

 

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