TESTO Uscita di sicurezza
IV Domenica di Pasqua (Anno A) (07/05/2017)
Vangelo: Gv 10,11-18

1«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. 2Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
7Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
Nel recinto
Due sono le parole chiave per comprendere il senso di questo testo: recinto e porta.
La parola greca usata per indicare il recinto è aulè che viene utilizzata anche per indicare il cortile del tempio di Gerusalemme; più avanti si dice: Ricorreva allora a Gerusalemme la festa della Dedicazione (Gv 10,22), anche questa indicazione ci aiuta a identificare il recinto delle pecore con il tempio.
Il testo ha un andamento enigmatico, all'inizio le parole sono gettate lì più per creare confusione, domande, generare interesse per poi sciogliere l'enigma e dare spiegazioni, infatti si dice chiaramente che essi non capirono di che cosa parlava loro. Ci vorrà tutto il resto del capitolo (la cui lettura impegna la liturgia della IV domenica di Pasqua in tre anni) per dispiegare ciò che all'inizio è solo annunciato.
Dunque è il tempio di Gerusalemme, con i suoi riti, le gerarchie, i poteri che vi si amministrano, il popolo che vi si raduna, oggetto di scalate, di ruberie e brigantaggio. È ovvio che all'evangelista ormai poco importa di quel luogo che nel tempo della scrittura era già distrutto dai romani, nella sua ottica sono le comunità cristiane che vivono il rischio di chiusura, di rifugiarsi in un recinto senza porte o dalle porte chiuse.
Non a caso l'evangelista ci rappresenta la prima comunità, il giorno della resurrezione mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano (Gv 20,19).
"Corriamo il pericolo di rinchiuderci dentro un ovile, dove non ci sarà l'odore delle pecore, ma puzza di chiuso!" (Papa Francesco, 4 maggio 2016). È la chiusura della comunità ecclesiale in se stessa che provoca il brigantaggio, ci sarà sempre qualcuno pronto a spacciarsi per pastore, potrà arrivare a vestire porpore e talari ma non ha a cuore la salvezza dei fedeli per perseguire piuttosto progetti di autoaffermazione.
Occorre fare attenzione «alla ipocrisia della mediocrità, di quelli che vogliono entrare in seminario perché sentono che sono incapaci di cavarsela da soli nel mondo». «Se tu trovi uno che è un po' troppo diplomatico stai attento. Se trovi uno che è un bugiardo, invitalo a tornare a casa» ha detto papa Francesco a un gruppo di studenti salesiani (02.05.2017).
Chi invece entra dalla porta
Il passaggio attraverso la porta è discriminante perché richiede due riconoscimenti: quello del guardiano che apre la porta e quello delle pecore che ascoltano la sua voce. Non è sufficiente essere riconosciuti da chi ha la chiave della porta occorre che anche le pecore ascoltino quella voce che chiama ciascuno per nome. Non è solo la gerarchia che riconosce il pastore ma è lo stesso gregge che vivendone la relazione lo riconosce come guida. L'azione del pastore non è quella di tenere le pecore nell'ovile quanto di condurle fuori; c'è un verbo molto energico, quasi una azione di forza nello spingere fuori dal recinto, letteralmente le caccia fuori.
Nell'immagine che il vangelo ci regala sono nascoste molte indicazioni per la nostra vita quotidiana che non può rinchiudersi nell'abitudine di se stessi, né l'abitazione, né la parrocchia, né il proprio giro di amicizie, non può essere lo sport, né il proprio club, tanto meno una sala giochi nulla deve diventare un luogo di chiusura e di separazione, di ogni luogo dobbiamo conoscere l'uscita di sicurezza; ma occorre essere attenti alle false uscite che si avvalgono della tecnologia, delle finestre virtuali dalla realtà filtrata, o quelle che sfruttano la nostra debolezza per offrirci trasgressione e sballo. Occorre superare i propri limiti, quelli personali, quelli ambientali, quelli indotti e raggiungere uno spazio ampio dove poter vivere con cuore aperto.
Io sono la porta
Gesù dice di essere la porta delle pecore, non del recinto o della Chiesa, non a servizio di strutture o organizzazioni, la porta è per le persone, serve al pastore per entrare come alle pecore per uscire.
Cristo è la porta, il limite tra chi sta dentro e chi è al di fuori; la porta è la discriminante nella credibilità dei pastori, ma anche il senso stesso del discepolato. Attraversare l'esperienza di Gesù è l'unica via del discepolo come del pastore, è la soglia dell'incontro, egli ci conduce attraverso la porta della propria vita verso la libertà.
Questa porta esige da noi un coinvolgimento personale: se Gesù è la vita, dobbiamo camminare nella sua via e abitare nella sua verità, per vivere la sua vita risorta.