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TESTO La promessa e il sorriso

don Marco Pratesi   Il grano e la zizzania

Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe (Anno B) (28/12/2008)

Brano biblico: Gen 15,1-6; 21,1-3 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Lc 2,22-40

22Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – 23come è scritto nella legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore – 24e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.

25Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. 26Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. 27Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, 28anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:

29«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo

vada in pace, secondo la tua parola,

30perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,

31preparata da te davanti a tutti i popoli:

32luce per rivelarti alle genti

e gloria del tuo popolo, Israele».

33Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. 34Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione 35– e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».

36C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, 37era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. 38Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.

39Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. 40Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Il brano proposto dalla liturgia combina due passi della storia di Abramo (15,1-6 e 21,1-3) piuttosto distanti, che raccontano la promessa e il suo adempimento. In mezzo ci sono diversi episodi: la nascita di Ismaele, due racconti dell'alleanza tra Dio e Abramo (frutto di diverse tradizioni, di cui anche i nostri passi recano le tracce), l'apparizione a Mamre, la distruzione di Sodoma, l'episodio di Gerar.

Il primo brano prende l'avvio da una crisi della promessa. Abramo infatti è senza un figlio suo, e prende atto che l'unica soluzione concreta è lasciare la propria eredità a un servitore straniero, Eliezer. Sembra in qualche modo rassegnato a questa soluzione, insoddisfacente come lo sono le soluzioni umane, anche se con molta franchezza se ne lamenta di fronte al Signore, fatto che tradisce pur sempre una flebile speranza. Il Signore fa di questa esile fiammella un fuoco divorante. Non solo rettifica, ma amplifica a dismisura: tuo erede sarà tuo figlio, e la tua discendenza sarà numerosa come le stelle del cielo. Qui avviene l'inaudito: Abramo crede, dà fiducia a Dio.

A questo punto si apre un tempo nel quale le conseguenze dell'atto di fede di Abramo sono per così dire nascoste nel cuore di Dio. Agli occhi di Dio egli è giusto, nel giusto atteggiamento, che è precisamente il rovesciamento della diffidenza di Adamo, ossia la fede. Ma questa valutazione di Dio non si è ancora manifestata all'esterno come benedizione visibile e tangibile. Il testo dice che Dio "gli accredita" questa fiducia: Abramo diventa creditore di Dio e Dio contrae un debito nei suoi confronti! Certo, perché quando Dio vede qualcuno che si fida di lui non può in alcun modo tollerare che questa fiducia vada delusa e persa. Egli si sente "legato", moralmente impegnato a corrispondere a quella consegna di sé, a quell'affidamento in cui Abramo è esemplare. Nel tempo tra l'atto di fede nella promessa e il suo adempimento, la benedizione è per così dire "in gestazione": invisibile, ma già realmente presente e in movimento verso la sua manifestazione.

Essa viene alla luce "nel tempo fissato" non dall'uomo ma da Dio (cf. 18,14), in questo caso nella forma di un neonato. Il suo nome ha a che fare col "sorriso" (cf. 17,17; 18,12-15; 21,6): Isacco significa "Dio sorride" o "sorrida". Un bambino non è semplice "opera umana", ma un sorriso di Dio! Alla fiducia di Abramo Dio risponde con il suo sorriso. "Il frutto del grembo è sua ricompensa" (Sal 127,3, dove ricorre la stessa parola che leggiamo in 15,1). Ricompensa di cosa? Della fiducia: anche una generazione non miracolosa, come è invece quella di Abramo e Sara, richiede pur sempre un'apertura al futuro.

E' il cammino della vita cristiana che, a partire dal bambino, celebrato nel Natale, che è il sorriso di Dio al mondo, procede "di fede in fede" (cf. Rm 1,17) fino al suo compimento. Proprio all'inizio del nuovo anno preghiamo Dio di far splendere il suo volto sopra di noi e darci vita e benedizione (cf. Nm 6, 22-27, Maria SS. Madre di Dio, prima lettura). Dai fiducia a Dio, egli ti sorriderà: su questo impegna il suo onore e il suo Nome tra gli uomini.

I commenti di don Marco sono pubblicati dal Centro Editoriale Dehoniano - EDB nel libro Stabile come il cielo.

 

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