TESTO Padri e figli
don Marco Pratesi Il grano e la zizzania
XXVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (28/09/2008)
Brano biblico: Ez 18,25-28

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: 28«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. 29Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. 30Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. 31Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. 32Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».
Il brano di Ezechiele prende le mosse dall'obiezione che leggiamo al v. 25: «la via di Dio non è retta», ossia Dio agisce in modo ingiusto. Per capire, occorre leggere il detto citato all'inizio dello stesso capitolo, tutto dedicato a questa discussione: «l'uva acerba l'hanno mangiata i padri, e si sono allegati i denti dei figli» (v. 2, non letto). Siamo in esilio, la capitale e il tempio sono distrutti, la libertà perduta, le sofferenze immense: che cosa abbiamo fatto noi per meritare tutto questo? Siamo peggiori dei nostri padri? Siamo più peccatori, poniamo, del re Manasse che, dopo averne fatte di tutti i colori in ben cinquantacinque anni di regno, è stato sepolto nel giardino del suo palazzo, lasciando sul trono suo figlio (cf. 2Re 21,1-18)? La verità è che le colpe delle generazioni precedenti le stiamo pagando noi. I figli sono puniti per i padri, non è giusto!
L'obiezione è tutt'altro che infondata, se il profeta deve correggere qui la visione tradizionale della responsabiltà collettiva: ciascuno vive o muore per le proprie azioni, non per quelle altrui. È una sottolineatura nuova e importante nella fede di Israele. Tuttavia, se da un lato accoglie l'istanza di giustizia presente nella contestazione, dall'altra Ezechiele reagisce con durezza. Perché un simile atteggiamento diviene facilmente uno scaricabarile: la colpa non è nostra, ma di altri. Ci si stabilisce così in un comodo vittimismo che, come ogni vittimismo, permette di non prendere coscienza delle proprie responsabilità e di non fare niente per cambiare. Questa inerzia facilmente si accompagna con l'adeguamento all'ambiente e alle sue mode: l'accusa di ingiustizia che pesa sul Dio d'Israele implica una perdita di fiducia in lui e un fatale volgere gli occhi agli sfavillanti dèi della vittoriosa Babilonia.
Di fronte al fatalismo inerte e alla lamentela sterile, il profeta sollecita una reazione impegnata. Il passato può essere superato. Non però affidandosi alle soluzioni umane (ossia all'idolatria di Babilonia). In qual modo dunque? L'ultima parola della discussione è: «convertitevi dunque, e vivete!» (v. 32, non letto).
Si vede qui il vero intento di Ezechiele, che è poi quello di Dio: bisogna volgersi verso la vita qui e ora! Perché Dio non vuole la morte, ma la vita di tutti, anche del peccatore (cf. vv. 23.32). Anche il giusto deve tenerlo ben presente: niente, nemmeno i meriti acquistati in passato, danno diritto alla salvezza, al di fuori di un attuale e concreto impegno di conversione.
Il messaggio è dunque positivo: anche nella presente situazione di infelicità e di esilio è possibile trovare la vita. Sta soltanto a noi. Anche per il malvagio può sempre aprirsi un futuro nuovo.
La lezione è altamente istruttiva per il nostro tempo, maestro nel sollevare il singolo da ogni responsabilità per attribuirla ad altri: genitori, società, etc. L'insistenza di molte teorie, psicologiche e non, sul peso che vari fattori esterni hanno nella vita e nella formazione della personalità, spesso conduce di fatto a un vittimismo sterile, perennemente a caccia delle responsabilità altrui e mai delle proprie, che tra l'altro alimenta il risentimento tra generazioni.
Naturalmente non si nega affatto che il passato pesi, in modo anche grave, sul presente. Ma Dio ci annunzia una buona notizia: trovare la vita è sempre possibile per tutti; purché si voglia, qui e ora, volgersi ad essa.
I commenti di don Marco sono pubblicati dal Centro Editoriale Dehoniano - EDB nel libro Stabile come il cielo.