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TESTO Perché temere inevitabili destini?

don Elio Dotto   home page

X Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (09/06/2002)

Vangelo: Mt 7,21-27 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Mt 9,9-13

In quel tempo, 9mentre andava via, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.

10Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. 11Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». 12Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. 13Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Tommaso e Stefania sono una coppia felice e affiatata. Sono sposati ed hanno un bel bambino, Andrea. Circondati dagli amorevoli consigli dei genitori e degli amici vivono serenamente la loro bella storia d'amore. Ma fino a che punto può durare una simile intesa? Le inevitabili fatiche della quotidianità non sono forse in grado di condizionare silenziosamente gli stessi sentimenti della giovane famiglia? Ed ecco che la coppia si trasforma, non è più in grado di capirsi, ed arriva a litigare, a non sopportarsi più, fino a desiderare la separazione. Ma non tutto è perduto: perché quello che sembra l'inevitabile destino di Tommaso e Stefania è solo uno fra i possibili esiti del loro cammino di coppia.

È questa la vicenda narrata dal film "Casomai", brillante commedia di Alessandro D'Alatri da alcune settimane in programma nelle sale cinematografiche. Si tratta di una vicenda molto attuale e contemporanea, che sembra confermare nel nostro presente quelle parole antiche del profeta Osea riproposte domenica dalla prima lettura (Os 6,3-6): "Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all'alba svanisce" (Os 6,4b). Appunto così infatti appare l'amore di Tommaso e Stefania: inizialmente fresco, fecondo, vitale; ma alla lunga fragile, precario, inconsistente.

Certo non bisogna sottovalutare la freschezza degli inizi: essa non è soltanto illusione, come a volte siamo tentati di pensare. Ne abbiamo conferma nella vocazione di Matteo, narrata dal Vangelo di domenica (Mt 9,9-13): non è un semplice slancio di entusiasmo quello che spinge l'esattore delle tasse ad abbandonare il suo mestiere per seguire Gesù. Matteo si alza e segue il Maestro di Nazareth perché ha trovato nella sua parola una ragione di vita, una speranza concreta, una prospettiva percorribile. E dunque la sua decisione è proiettata in avanti, verso un futuro che è ancora imprevedibile ma che sembra promettere bene.

Così accade sempre in ogni esperienza umana; come pure accade che la vita cerchi poi di smentire le buone promesse degli inizi. Matteo lo sperimenterà sulla sua pelle, quando si troverà – insieme agli altri discepoli – davanti alla morte prematura di Gesù: e sarà tentato di tornare in Galilea, al lavoro di prima, mettendo definitivamente da parte lo slancio degli inizi. Come una nube del mattino gli sembrerà allora quella sua decisione per Gesù che aveva manifestato mentre era seduto al banco delle imposte: gli apparirà "come la rugiada che all'alba svanisce".

In realtà – proprio come nella vicenda di Tommaso e Stefania – quello che pareva un inevitabile destino era soltanto uno fra i possibili esiti dell'esperienza di Matteo. E infatti la sua dedizione per Gesù non svanì, ma venne riconfermata dopo la Pasqua dal dono dello Spirito. Naturalmente non fu facile per lui e per gli altri discepoli uscire dalla depressione in cui erano caduti a seguito della morte del Maestro: ci vollero almeno quaranta giorni perché tutti si convincessero della risurrezione di Gesù. Anzi, alcuni dubitavano ancora nel quarantesimo giorno, quando il Signore salì al cielo, congedandosi per sempre da loro (Mt 28,17). Eppure nel giorno di Pentecoste, davanti alla gente di Gerusalemme, tutti testimoniarono che si erano compiute le promesse fatte da Gesù agli inizi della sua predicazione: "sappia con certezza tutta la casa d'Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso" (At 2,36).

Dunque non è vero che la vita sempre smentisce le buone promesse degli inizi. Lo sapeva bene già Abramo, come leggiamo nella seconda lettura di domenica (Rm 4,18-25): egli "ebbe fede sperando contro ogni speranza" (Rm 4,18). Abramo "non vacillò nella fede – spiega san Paolo – pur vedendo già come morto il proprio corpo (aveva circa cento anni) e morto il corpo di Sara: per la promessa di Dio non esitò con incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli gli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento" (Rm 4,19-21).

Non è appunto inevitabile che la vita smentisca le buone promesse degli inizi: non lo è stato per Matteo e per Abramo, come pure non lo sarà per ciascuno di noi. O almeno, anche per ciascuno di noi non ci saranno inevitabili destini se soltanto sapremo superare il fatalismo dei farisei, imparando che la misericordia di Dio è più forte del peccato degli uomini. Il nostro amore certo spesso è inconsistente, "come la rugiada che all'alba svanisce": ma sappiamo in ogni caso che la venuta del Signore "è sicura come l'aurora" (Os 6,3). Dunque, perché temere?

 

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